Giovani Scrittori Crescono

Secondo appuntamento con la Giuria del Premio Perelà. Incontriamo stavolta Elena Colella e Stefano Mattia Pribetti, allievi del Laboratorio di Scrittura Walter Tobagi Venezia

Laureata in Lettere Moderne, Elena Colella abbina la passione per la scrittura con l’attenzione per le tematiche sociali. Da qui il suo interesse per autori come Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa e Andrea De Carlo.  Nella letteratura vede un potente strumento di comunicazione per esprimere se stessi e analizzare la realtà.


Lei ha una formazione eminentemente umanistica: come giudica le nuove tecnologie? Aggiungono o sottraggono in termini di creatività?
Sono innamorata della tecnologia perché consente di fare molto; di spaziare con la fantasia e di aprire gli orizzonti. Ogni link è un anello di una catena infinita ed è l’aggancio a tutto ciò che ci circonda. In ogni clik c’è la possibilità di comunicare, di scoprire, di vedere, di informarsi… L’idea di muovermi ovunque con un dispositivo portatile che ha la capacità di contenere centinaia di libri e di informazioni mi entusiasma molto. L’idea di potermi, con un pc portatile, collegare a internet in ogni luogo e in ogni momento mi fa sentire al sicuro. Della tecnologia ne faccio un uso quotidiano quindi il mio giudizio non può che essere positivo. E poi sono molto ottimista. La comunicazione, la diffusione e lo scambio di informazioni e di idee sono fattori imprescindibili per una società evoluta, una società democratica, una civiltà libera, una società colta. Alla base della cultura c’è il dialogo, la comunicazione, solo così si può avere un miglioramento del carattere dell’uomo. Se l’obiettivo è questo, siamo sulla buona strada.


Qual è il personaggio letterario cui è più legata?
Ogni libro che leggo è un’avventura diversa che richiede una certa mimesi. Un’avventura nuova e i personaggi non sono mai gli stessi. Ogni volta entro in ognuno di loro. Riesco a sentirne lo spessore. A sentirli vivi. Facenti parte del mio mondo. Capita che io ne condivida lo spirito e l’anima, il pensiero. E quindi siano una parte di me. Oppure no. Che rappresentino quello che io non sono e che forse avrei voluto essere.
In base a quale criterio seleziona le sue letture?
In un paio di modi fondamentalmente: ho un mentore. È una donna. Molto più grande di me. Una persona che ammiro molto e che mi guida nelle scelte perché mi conosce e sa bene cosa può piacermi. È con lei che mi consulto. Ci confrontiamo e ci consigliamo a vicenda. Da lei attingo come da una libreria gratuita. Poi scelgo in base all’umore. A volte preferisco toni soft, altre volte strong. A volte sentimentali, altre volte crudi e violenti. Un’inclinazione naturale ce l’ho per i testi che rivolgono l’attenzione alla realtà, alla vita intesa come successione di tutti gli eventi, belli o brutti che siano.
Perché si è iscritta a una scuola di scrittura?
Consiglio a tutti una scuola di scrittura, almeno una volta nella vita. Per vivere il mondo letterario più da vicino e per potervi partecipare. Pertecipare a una scuola di scrittura lo considero un modo per trovare se stessi e per potersi esprimere. La scrittura è una vera passione. Alcune tecniche di scrittura si possono imparare e gli strumenti già a disposizione si possono affinare. Chi ha il desiderio, la predisposizione e la passione di comunicare se stesso agli altri attraverso l’utilizzo delle parole giuste al momento giusto può acquisire l’abilità attraverso un percorso formativo. Chi ha delle propensioni, delle attitudini può scoprirle, coltivarle, metterle a frutto. In fondo, i grandi artisti, pittori, scultori si sono rifatti ai maestri. Perché non deve farlo un aspirante scrittore?

Il testo di Elena che pubblichiamo si intitola Perché non ho provato. Lo stile scarno è funzionale a una narrazione che è tutta spostata sull’asse dei contenuti. Esther e Sara ne sono le protagoniste. Hanno molto in comune, la tossicodipendenza le divide. Dinanzi alla richiesta di aiuto della sua amica, Sara è fuorviata dal pregiudizio e alla fine rimarrà con un rimorso più grande di lei. Molto apprezzabile l’alternanza dei tempi verbali adoperata per modulare la tensione del racconto.

Sin dai primi giorni, l’arrivo di Esther mise sottosopra l’intero quartiere.
Esther, 30 anni circa. Jeans aderenti e stivali neri in pelle. Maglie scure aderenti. Carnagione scura e capelli lunghi castani. Labbra carnose e zigomi alti. Occhi neri e profondi.
Anche io, come tutti gli altri, l’avevo notata. E l’avevo vista molto bella e affascinante.
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Pragmatismo e disincanto sono i parametri con cui Stefano Mattia Pribetti si avvicina al mondo della scrittura. Il suo apprendistato avviene su una rosa di autori ampia ed eterogenea: Chuck Palahniuk, Oscar Wilde, Roland Barthes, Milan Kundera, Jonathan Coe, Pier Vittorio Tondelli. Ironico e sincero, Stefano ha dalla sua una notevole determinazione. E molto talento.

Lei ha esordito giovanissimo in due pubblicazioni antologiche: cosa le ha lasciato questa esperienza?
Un cofanetto in pelle rossa di venti centimetri per trenta. All’epoca è stato carino, ma non lo rifarei adesso. Sono iniziative molto belle ma autoconclusive, le case editrici non le considerano. E, in caso, le considerano degradanti. Credo che i concorsi per romanzi siano più utili in questo senso.


Qual è il ruolo dello scrittore oggi?
Se si parla di scrittori non pubblicati (le antologie non valgono), di solito vengono paragonati agli studenti fuori corso da dieci anni, anche ai tossicodipendenti. In ogni caso, affini ai parassiti. Parlando dello scrittore che pubblica, secondo molti dovrebbe esplorare il proprio tempo, dissotterrare problemi urgenti, addirittura mettersi a scuotere le coscienze. In realtà credo siano doveri di chiunque, nessuno scrittore può occuparsene per conto nostro. È un compito troppo delicato per affidarlo tutto a una categoria di mestieranti che, per costituzione, tende ad ancorarsi alla realtà in modo parziale. Direi, anche se non sono parole mie, che lo scrittore deve illuminare una porzione di realtà finora inesplorata. O quantomeno, spostare l’angolatura dell’illuminazione. Ovviamente, chi lo fa deve sapere che si decimeranno le sue possibilità di essere pubblicato, perché il già sentito, a quello che vedo oggi, tira più di ogni altra cosa. La strada per l’originalità è accidentata, dà sull’anonimato e dev’essere affrontata con l’equipaggiamento giusto.


Come definirebbe il suo stile?
Non lo definirei. È un’operazione ad alto rischio di autosputtanamento (si può dire?). Mi obbligo a sentire le opinioni altrui, cosa che mi dà le stesse sensazioni di una gastroscopia o di qualsiasi altra ispezione invasiva, ma mi fa crescere artisticamente.
Perché si è iscritto a una scuola di scrittura?
Per esercitarmi, raccogliere feedback. Capire cosa piace alla gente. Trovare i contatti giusti. Parlo così perché so di incarnare un luogo comune: come metà della popolazione italiana cerco di pubblicare il mio manoscritto nel cassetto, e non ci sono nemmeno vicino. Ma ho stretto ottime amicizie: la gente accecata da un sogno egocentrico tende a sbattersi contro. Fortunatamente.
Il tema dello stupro come non lo avete mai letto. In Non c’è due Stefano ne fa un racconto caustico e senza mezzi termini. La rapidità del ritmo si rivela una scelta vincente di stile conferendo all’azione una carica di realismo che ne favorisce la fruibilità.
“Provate ad afferrarle le natiche e a issarvela  sulle ginocchia con prepotenza. È una posizione di dominio e intimità al tempo stesso, perché siete l’uno di fronte all’altra, potete guardarla negli occhi e leccarla sotto il mento, cosa a cui poche donne sanno resistere (vedi il sondaggio a pag. 23). Poi allontanatela appena perché possiate guardare insieme verso il basso e godervi lo spettacolo della vostra unione. Il successo è assicurato, provare per credere!”.
Riviste maschili, si chiamano. E non servono. [leggi tutto]
 

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